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Matteo Molinari vive e lavora in Inghilterra da tre anni. Attualmente è impegnato in un dottorato di ricerca presso il London College of Fashion dove, nel 2011, la sua collezione uomo è stata premiata come la migliore. Da allora stampa internazionale e addetti ai lavori si sono interessati alla sua linea, caratterizzata da una paletta di colori rigorosamente black & white, tagli netti e motivi all’uncinetto. Lo abbiamo incontrato per capire come mai i nostri creativi fuggono sempre di più all’estero.

Leggo il tuo curriculum: una laurea in scienze della comunicazione e una specializzazione in semiotica; un background di studi singolare per il tuo mestiere. Come hai maturato la decisione di diventare stilista?
Ho sempre avuto quest’interesse per le diverse forme di linguaggio; il mio progetto di tesi era basato su Barthes e un approccio semiotico alla moda. Prima di iscrivermi al master in Menswear Design ho iniziato a collaborare con un piccolo ufficio stile che lavorava per il gruppo Borbonese. Mi occupavo di una piccola diffusion line di borse che seguivo dalla progettazione alla realizzazione di prototipi in azienda e che veniva poi prodotta nel sud est asiatico. E’ stata una buona esperienza per capire che non mi sarebbe piaciuto lavorare in questo modo; in Asia hanno una cultura industriale molto differente dalla nostra.

La tua collezione ha decisamente un approccio sartoriale.
Si, io penso che se un uomo voglia veramente spendere dei soldi per dei vestiti lo farà per una giacca su misura o per articoli di qualità. Ottenere un impeccabile prodotto sartoriale, ora come ora, è ancora molto difficile in Asia. Non c’è la tradizione manifatturiera che c’è in Italia, dove possiamo vantare un network di piccole aziende specializzate nel tagliare, cucire, assemblare.

Photographer: Christopher Agius Burke. Stylist: Amir Bakhtiar Hair and makeup: Pace Chen

Secondo te, con la globalizzazione che incalza, il nostro sistema di piccole medie imprese specializzate reggerà la concorrenza?
Si, se le aziende rimarranno al passo coi tempi, aggiornandosi tecnologicamente. Non dimentichiamoci che, dal punto di vista della produzione e della manifattura, l’Italia resta ancora insuperata. Non essendoci fabbriche da milioni di operai, la filiera risulta più elastica e questo risolve molti problemi a cui gli stilisti possono andare in contro.

Nel 2011 la tua collezione per il master in Menswear Design, al London College of Fashion, è risultata vincente. Quanto ti ha aiutato concretamente questo riconoscimento?
E’ stata una buona vetrina. Anche se non mi ha portato grandi vendite o stockisti, mi ha permesso di lavorare molto su commissione. La difficoltà oggi sta nel trovare i produttori, perchè i buyer, in questo momento di crisi, si orientano di più sui brand consolidati che garantiscono margini più alti.

Cosa pensi del fashion system britannico. E’ vero che aiuta di più i giovani?
Si, tutto il supporto che ho avuto a Londra, in Italia non lo avrei potuto avere. Lo scorso settembre ho sfilato in calendario all’interno della settimana della moda, tramite l’evento promosso da Fashion East. Sono stato contattato da loro che si sono presi carico dell’organizzazione e di gran parte del lavoro. A giugno sarò anche supportato nuovamente dal London College of Fashion per far sfilare la nuova collezione SS2013.

E dell’Italia, invece, che mi dici?
Who’s On Next? Mittelmoda, ITS sono alcune manifestazioni che finanziano qualcosa, ma non si viene seguiti e “coltivati” come nel sistema britannico. Il supporto è limitato nel presentare una collezione già in essere. Il British Fashion Council, invece, ha un programma che si chiama “NewGen” che per tre stagioni assegna budget per le collezioni di emergenti. E’ la naturale evoluzione da studente a professionista; ovviamente bisogna rientrare in determinati parametri e avere un business plan serio.

Cosa dovrebbe fare il sistema italiano per colmare il gap?
Si potrebbe partire dal mondo universitario. Ad esempio parificando l’offerta pubblica e privata. I prestigiosi college londinesi costano relativamente meno rispetto agli istituti privati italiani; sono anche molto selettivi. Dei curriculum che arrivano al LCF ne viene scelto 1 su 7, le classi sono molto più piccole, ci sono quindi più fondi per meno persone e questo, credimi, fa la differenza.

Parlami di quello che stai facendo ora.
Sono impegnato in un dottorato, sempre presso il London College of Fashion. Sto lavorando con piccole comunità che producono all’uncinetto; è una ricerca sulle tecniche artigianali che stanno scomparendo; qui il problema dell’abbandono delle tradizioni manuali è molto sentito.

Image from catwalking.com copyright © 2011 Christopher Moore Limited

L’uncinetto è anche uno dei motivi presenti nella tua prima collezione.
Si, trovo ci sia un discorso tradizionalista molto interessante, ma sono anche attratto dalla tecnica. E’ più versatile della maglieria, il filato puoi veicolarlo in qualsiasi direzione poichè ogni maglia è indipendente. Mi piaceva l’idea di applicare questi pannelli di uncinetto su abiti di fabbricazione più moderna; un contrasto non solo visivo, ma anche tecnico e stilistico.

Se ti chiedessi chi è l’uomo ideale della tua griffe?
E’ l’uomo che ama l’abito sartoriale con proporzioni non convenzionali; qualcuno che possa apprezzare le ore di lavoro impiegate per produrre un solo capo. La mia collezione è leggera, ma molto strutturata: c’è il canvas di crine all’interno delle giacche, l’uncinetto. Nessun drappeggio, nessun motivo trendy perchè per me, nell’abito da uomo, la funzione è fondamentale.

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