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JD Samson è una leggenda della musica underground newyorkese. Icona gay – paladina delle lesbiche di mezzo mondo – femminista convinta, ha gravitato per sette anni, assieme a Johanna Fateman e Kathleen Hanna, nel trio elettro-punk (ora desaparecido) de i Le Tigre. I più attenti però sapranno che JD non ha mai smesso di fare musica. Nonostante lo hiatus con la band, è subito andata in tour con quella pazza di Peaches e si è occupata di diverse produzioni musicali. Assieme a Johanna, dal 2008, ha dato vita al collettivo MEN (nuovo gruppo che catalizza tutte le sue energie) e oggi gira spesso il mondo con la valigia carica di dischi. Tempo fa l’ho incontrata e abbiamo chiacchierato della situazione musicale a New York City tra collaborazioni pop e contaminazioni artistiche. Ecco qui un estratto della mia intervista:

JD parlaci di come sono nati i «MEN». Come mai un nuovo progetto nonostante il successo de i Le Tigre?
Coi «Le Tigre» c’è stato un lungo periodo di pausa, ma io e Johanna sentivamo di dover continuare a dedicarci alla musica; ci viene naturale ideare sempre nuovo materiale, non riusciamo mai a fermarci. Ci siamo organizzate insieme per fare un tour di DJ set in giro per il mondo e a mixare musica per altri artisti, ma continuavamo a partorire idee originali che non volevamo cedere a nessuno. Così, assieme a Michael O’Neill e Ginger Brooks Takahashi, è nato il progetto MEN che di fatto è un collettivo artistico; sul palco è un trio, ma si avvale anche dell’apporto creativo di Emily Roydson.

Nel 2009 la formazione «Le Tigre» è stata reclutata tra i produttori dell’album «Bionic» di Christina Aguilera. Com’è stato lavorare con una pop star?
È stata un’esperienza incredibile. Non solo Christina è una vera cantante, ma è anche una vera femminista. Con noi è stata una persona straordinaria, un’amica e una professionista. Ci è piaciuto molto lavorare con lei, è una stacanovista e musicalmente sapeva perfettamente quello che voleva. L’ammiro sia come businesswoman sia come donna.

Spesso lavorate distribuiti da etichette indipendenti. Le major come le vedete?
Non siamo spaventati dalle case discografiche. L’ultimo album de i «Le Tigre» è stato pubblicato dalla joint – venture Universal/Island: abbiamo avuto un’ottima esperienza con loro, sono stati molto professionali e ci hanno messo completamente a nostro agio facendo in mondo che potessimo mantenere un controllo creativo. Personalmente oggi penso che le major aiutino le band ad avvicinarsi al loro pubblico: investono i loro soldi in strategie di marketing e progetti che ci portano a essere ascoltati dalle persone giuste nei momenti giusti. Questo non ci fa paura. Vorremmo raggiungere i nostri fan più facilmente e per questo non scartiamo mai questa opzione.

Il trio de i «MEN» al completo Il trio de i «MEN» al completo, JD Samson, Michael O’Neill e Ginger Brooks Takahash.

Sei originaria di New York City. Cosa pensi della recente rivoluzione creativa di Brooklyn a scapito della «fuga di artisti» da Manhattan? Quanto è cambiata la scena artistica della Grande Mela negli anni della crisi?
Moltissimo. Tanti degli artisti che conosco oggi vivono tra Brooklyn e il Queens; penso che questo tipo di nuova «migrazione» in nuovi quartieri non sia solo una prerogativa di NYC, ma capiti poi in molte altre grandi metropoli. Penso che sia proprio ciò che rende le città interessanti; parlo di questo continuo passaggio di persone diverse da un quartiere all’altro; è il dinamismo che caratterizza un luogo e che a sua volta ispira gli artisti e crea ciclicamente nuove situazioni. A Manhattan rimangono sempre e comunque le gallerie e le sale da concerti più importanti. Il fatto è che molte persone non riescono più a permettersi di vivere nella «City» o semplicemente hanno bisogno di nuovi spazi, quindi cercano soluzioni in altri quartieri. Di Williamsburg siamo innamorate del «Metropolitan Bar» che è un locale gay con un bellissimo spazio all’aperto dove amiamo andare a prenderci un drink mentre si esibiscono altri artisti della scena queer.

A proposito della «fucina di talenti» che sforna New York, vi capita spesso di collaborare con altri artisti?
Certo, siamo in costante collaborazione con altri creativi e musicisti, da tutto il mondo. Per noi collaborare con altri è fondamentale per portare la nostra musica sempre su un altro livello. Non ha molta importanza dove vivono le persone, per noi l’importante è collaborare con chi ammiriamo.

Dell’Italia e del pubblico italiano che mi dici?
È stato sempre fantastico, ho trascorso dei momenti bellissimi tra Bologna, Roma e Milano (che spesso è una tappa dei miei viaggi europei). Solo una cosa però: si mangia davvero bene…ma anche troppo!

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