Home

Enacting Populism è una piattaforma aperta sui possibili rapporti che intercorrono tra pratiche artistiche ed estetica populista. Ponendo lo sguardo sulle dinamiche in atto tra classe politica, la sua rappresentazione mediatica e relativa produzione estetica, esamina l’evoluzione storica post guerra fredda. Il risultato ha generato residenze per artisti, seminari, panel di discussione e soprattutto una mostra presso la Fondazione Kadist di Parigi, in apertura il prossimo 17 febbraio. Un progetto che ha riaperto un dibattito estremamente attuale, fornendo diversi spunti per la conversazione che segue.
Si parla molto di Europa in questo periodo. Quasi sempre senza un’accezione positiva. Partendo dal cuore del progetto, abbiamo decostruito il linguaggio “populista” adottato dalla politica contemporanea, cercando di meglio definire il termine e di capire in che direzione sono proiettate le nostre democrazie tra bombardamenti mediatici, cambiamenti sociali e crisi economica mondiale.
Ho intervistato Matteo Lucchetti, ideatore e curatore del progetto, nonché critico e storico d’arte. Classe 1984, laureato in Storia dell’arte contemporanea all’Università di Firenze e specializzato in Arti Visive e Studi Curatoriali alla NABA di Milano, vanta già un curriculum costellato da numerosi e distinti progetti. Tra gli altri: Practicing Memory (Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, Biella, 2010; DEPO, Istanbul, 2012); Ancora ancora la nave in porto, di Michelangelo Consani (CAMeC pianozero, La Spezia, 2011); Altri Discorsi/Attraversamenti dell’archivio video DOCVA (Careof, Milan, 2009); Co-curatore della piattaforma Visible. Where art leaves its field and becomes visible as part of something else (Fondazione Pistoletto e Fondazione Zegna) ed editor per il progetto europeo Former West (BAK, Utrecht, 2010). Da febbraio, negli spazi della fondazione Kadist di Parigi, presenta la seconda parte di “Enacting Populism”, progetto inaugurato un anno fa in Belgio, presso Extra City, la kunsthalle di Anversa.

Partirei dalla genesi. Come è nato questo lavoro?
Lo spunto è partito da una residenza che mi hanno offerto in Belgio. Nel 2004, il Vlaams blok, partito xenofobo di estrema destra, raggiunse un picco di consensi alle elezioni europee, creando un precedente su scala internazionale. Questo, in concomitanza col mio forte interesse per lo studio delle forme di rappresentazione del politico, mi ha convinto a lavorare su un progetto che analizzasse questo cambio di paradigma. Anversa, e più in generale la mia permanenza nell’eurocore, ha rappresentato per me un punto di accesso privilegiato allo zeitgeist contemporaneo, situazione ideale per capire cosa è successo negli ultimi 20 anni in Europa e di conseguenza a comprendere meglio il populismo, termine sempre più adottato in ambito politico.

Che cos’è successo dalla caduta del muro di Berlino?
Nell’89 cadono le ideologie, la politica diventa sempre più “real politik”, sempre più pragmatica, legata ad interessi economici. Lo spazio mediatico è divenuto uno spazio di “colonizzazione” per i nuovi leader che non vengono più dall’esperienza ideologica, bensì dall’economia, dalla finanza, direttamente coinvolti nelle grandi corporation o talvolta nel business dei media…

E l’Italia è un paese emblematico in questo senso…
Assolutamente. L’Italia per me ha rappresentato un grande bagaglio per capire. Sono nato nel bel mezzo degli anni Ottanta, in un universo decisamente controllato, manipolato e impattante su quella che è poi la nostra concezione di collettività e di idea politica. Questo mi ha senz’altro fornito più spunti e motivazioni per questo lavoro.

Exhibition view, Photo by Aurélien Mole

Per il progetto hai interagito con molti artisti. Che punti di vista sono emersi?
Ci sono state molte produzioni visive e concettuali. Foundland, ad esempio, è un collettivo di base olandese che, oltre ad aver curato la nostra visual identity, ha lavorato su alcuni politici come se fossero personalità televisive. Sono andati ad analizzare l’immaginario mediatico che questi si sono costruiti intorno a se, vuoi per influenza diretta (come nel caso di Berlusconi e Wilders con Mediaset ed Endemol) o vuoi per influenza contestuale come nel caso americano, dove le forme del politico sono populiste praticamente da sempre. Un altro approccio analitico lo ha offerto l’artista Jonas Staal col suo progetto “Art, Property of Politics”. Inizialmente ha fatto una ricerca per capire, a livello visivo, il rapporto che intercorre tra la produzione estetica e i partiti politici olandesi, documentando anche solo l’acquisto di opere d’arte e design da parte delle sedi. Successivamente ha chiesto a quei partiti di destra o centro (che avevano abbandonato l’arte sostenendo come questa fosse solo un hobby della sinistra) di far esporre, all’interno delle loro sedi, gli artisti che si sentivano esclusi dal dialogo. Ne sono emersi risultati interessanti…

Come è stato l’approccio degli artisti italiani chiamati a lavorare su questo tema? C’è stata autocritica sulla deprimente situazione politica attuale?
In realtà ho notato un atteggiamento di distacco, quasi come se il nominare la figura o entrare nell’analisi del fenomeno in sé, fosse qualcosa di poco interessante o addirittura compromettente del lavoro stesso. Ho trovato volontà di girare attorno alla questione; di fare una sorta di detournement.

Come mai secondo te?
Non è che gli artisti italiani non abbiano interesse nel politico, non ce l’hanno nella politica. Nel senso che in Italia il distacco tra quelli che sono i rappresentanti e quello che è un discorso di governance è veramente abissale e problematico. Per cui i nostri artisti è come se fossero più interessati a dare delle interpretazioni delle possibilità populiste in generale.

Danilo Correale, che ha lavorato nel contesto di Anversa, è proprio uno di quelli che ha approfondito l’aspetto mediatico del populismo, ma in una dimensione più generalista. Ha realizzato questa finta lotteria dove alcuni slogan, comuni a molti partiti di estrema destra, vengono inseriti in maniera alterata e giocata al suo interno. Ho trovato interessante questo lavoro. Puoi spiegarcelo?
Ha realizzato 3.000 biglietti e ha chiesto ad una cinquantina di negozi di Anversa di regalare a tutti gli acquirenti di vere lotterie istantanee anche uno di questi. A lui interessava inserirsi in un sistema di distribuzione esistente, per raggiungere direttamente un determinato pubblico e proprio da lì far partire il suo discorso.

Danilo Correale Re-designing Fear for Enacting Populism

A tal proposito mi viene in mente che, qualche anno fa, Jean Marie Le Pen, ex leader del partito francese di estrema destra “Front National” (oggi in mano alla figlia Marine) fece circolare per le strade di tutta Francia delle finte banconote di euro che sul retro riportavano slogan del suo partito…
Interessante. Evidentemente andava a colpire un target preciso: ovvero la middle class, che è potenzialmente la più attratta da questo tipo di situazione. Trovo sia un meccanismo molto simile a quello adottato da Correale. Difatti anche la lotteria era uno strumento per lavorare sulle classi medio basse, ed era un modo per evidenziare come da parte di certi partiti non ci sia mai la volontà di articolare una cultura del progetto, ma bensì una falsa speranza. Speranza che, attivata da questi slogan demagogici, gioca sulla debolezza del disoccupato, che non vuole vedersi rubare il lavoro dall’immigrato o del pensionato che non vuole vedersi svaligiata la casa dall’extracomunitario (come vogliono gli stereotipi più diffusi). La critica di Correale è proprio verso questa dinamica populista di contrapposizione verso “l’altro”, il cosiddetto nemico, meccanismo che porta alla cecità. In questo modo non si permette al cittadino di capire le condizioni inevitabili che stanno portando le nostre città ad essere multiculturali. Dovrebbe essere chiaro a tutti che siamo dentro ad un processo di globalizzazione, che dura oramai da vent’anni e che bisogna cercare soluzioni, mediazioni. Questa politica alimenta l’antagonismo per suscitare consensi.

Come vedi l’Europa? Oggi si parla molto del futuro della moneta unica e si registrano sentimenti di disillusione tra gli stati fondatori…
Nel mio confronto quotidiano con la fondazione succede sempre più spesso di leggere articoli di quotidiani che manifestano perplessità e criticità nei confronti dell’Unione Europea. C’è un ritorno al nazionalismo, allo scetticismo, ma anche alla religione e all’abbandono dei valori laici dello stato. Questo è spesso dovuto allo smascheramento di grandi discorsi politici, per il loro legame con la finanza e per l’influenza che questa ha su tutta l’EU.

Foundland The X Factor: Research on populism and its relations to reality-tv and celebrity culture, research projects, 2011. Courtesy of the artists.

La cosiddetta elite..
Si, esatto. Si ricollega nuovamente al meccanismo di contrapposizione che attiva slogan contro “l’altro”, in questo caso l’elite che ha in mano l’Europa. In questa situazione il discorso populista ha trovato terreno fertile per riaprirsi. Sono stati riattivati messaggi stereotipati esistenti come il nazionalismo o addirittura il localismo, che in Italia sfocia nella Padania. Per non parlare del movimento d’indipendenza delle regioni del Sud. Questi discorsi si scostano dal vero obiettivo di evoluzione sociale (che è quello della politica partecipativa per quante più persone possibili) allontanandoci dal democratico e spostandoci sempre di più verso un clima antagonistico.


Antagonistico o dittatoriale?
Spesso ad Anversa mi è capitato di parlare con diverse persone di come la crisi del ’29 abbia portato al nazismo. La crisi nacque in America ed influenzò le banche europee. Non è un caso se l’Austria, che vide la sua banca principale fallire, fu una delle prime nazioni ad aderire al nazismo. Oggi si è sostituito il concetto di “razza” con quello di “cultura”. La parola cultura viene usata come polarità per porre barriere e allontanarci dall’idea di unione. E’ interessante anche notare come in quegli anni la produzione estetica viene fortemente assoggettata ad un discorso simil populista. Parlo di arte veicolata come propaganda, dal design di Mies Van de Rohe a quello di Giò Ponti, fino alle opere di molti futuristi. In mostra questo aspetto sarà sottolineato dal collettivo Société Rèaliste con un lavoro sull’opera di Leni Riefenstahl: un film che si prospetta il più lungo mai realizzato, riflettendo, nella durata, i centouno anni della cineasta vicina al nazionalsocialismo.

A questo punto mi chiedo se tutto ciò possa essere possibile, replicabile nella società contemporanea. Parlo della genesi reale di una situazione dittatoriale in una repubblica consolidata come la nostra…specialmente nell’era di internet, apparentemente liberi da censure e manipolazioni.
Questo progetto si chiama “Enacting Populism” e nella seconda parte di Parigi si aggiunge “…in its mediæscape”. L’idea di “mediæscape” è fondamentale perchè è l’elemento che, più di altri, ci differenzia rispetto al passato. Le figure della politica oggi devono necessariamente passare dallo spazio mediatico. Gli artisti possono fare altrettanto, creando interferenze, creando delle letture – rotture, agendo sullo zeitgeist di questo momento specifico.

Foundland, “Simba, the Last Prince of Ba’ath Country”, installation, 2012, photo by Aurélien Mole

Ma l’artista oggi ha ancora il potere di influenzare le masse?
Il problema è definire le masse. Oggi giorno molti teorici hanno ridefinito il termine: come moltitudine e frammentarietà della comunità in potenza. Non siamo più masse leggibili chiaramente. L’artista, se posto in confronto ad un pubblico generale è un elemento debole, ma se lo poniamo nello specifico di un frammento di soggettività, a cui si rivolge di volta in volta, ha molto potenziale.

Mi viene in mente la musica pop. Non dovrebbe essere un ottimo veicolo per inviare messaggi alle masse? O forse è un discorso relegato agli anni Settanta?
Se ci fai caso anche i messaggi veicolati con le produzioni di musica pop oggi vengono ampiamente diversificati. L’industria culturale, per assurdo, con in mente l’idea del consumo, è forse quella che meglio ha capito come è frammentata la società e come ci si può rivolgere ad essa. Al contrario il discorso politico populista continua a guardare alla gente come ad un significante vuoto, che tutte le volte viene sottoposto ad un discorso stereotipato. Cerca in qualche modo di ricreare grandi numeri con gli antagonismi. Quando metti un nemico molto chiaro il grande numero si forma. Non vorrei però che questo progetto venisse letto unicamente come una manifestazione contro la dinamica populista. C’è purtroppo la tendenza a fare confusione tra populismo, demagogia e propaganda…

In quali casi un discorso populista è favorevole per la collettività?
Una caratterista sempre comune al populismo è quella di creare antagonismo, ma non necessariamente in questo c’è negatività. Ad esempio: nella scena sudamericana i movimenti populisti sono stati in grado di riqualificare quello che è un discorso di masse. Vedi la Kirchner in Argentina, Lula in Brasile o Morales in Bolivia. In questi casi il precedente erano dittature di tipo militare e governi sotto il giogo degli Stati Uniti. Questi leader hanno creato un antagonismo positivo che ha avuto un ruolo formidabile per la riqualificazione civile di questi paesi.

Hai trovato degli artisti che hanno messo in luce questi aspetti positivi?
Aver lavorato tra Parigi e Anversa non può che aver influenzato la mia analisi su quello che accade in Europa, però ricerco un bilanciamento continuo. All’interno della mostra ci saranno dei video di Tania Brugera e Carey Young, un intervento di Steve Lambert, legati al discorso statunitense e sudamericano, dove si potranno trovare sguardi più circostanziati rispetto al resto. Anche il contributo di Anna Scalfi è interessante in questo senso, poichè mette in buona luce un aspetto della democrazia italiana. Lavora sullo strumento del referendum di iniziativa popolare, elemento di democrazia diretta presente nella nostra costituzione e in pochissime altre al mondo. Ha realizzato un progetto che, tra le altre cose, prende una virtuosità del sistema politico italiano e la sposa sul contesto francese.

Spesso sento parlare di Obama come di un populista. Cosa ne pensi?
A livello di comunicazione un personaggio come lui, per quanto rientri nelle dinamiche di contrapposizione americana (antagonismo tra repubblicani e democratici), ha cercato di parlare ad un popolo quanto più complesso e frammentato possibile. Inoltre, sta cercando escapismi ad un liberalismo sfrenato che ha portato gli USA ad un’impossibilità di garantire cure mediche alla maggioranza della popolazione. Obama è lontano dal discorso populista di modello europeo, non ha avuto bisogno, come è stato per Bush, di parlare per 8 anni al nemico islamico, creando nella popolazione americana paura per tutto ciò che veniva dal medio oriente e dal mondo arabo.

Se Obama non è un populista come lo descriveresti?
E’ sicuramente un politico della contemporaneità.

Mi viene in mente la nostra sinistra che come antagonista ha sempre e solo lui: Silvio Berlusconi.
E’ come se avessero adottato la dinamica populista a metà. Hanno capito come crearsi un nemico, finchè si è trattato di fare opposizione, ma quando poi si è trattato di articolare un discorso che portasse ad una politica della contemporaneità, hanno perso l’occasione. Forse perchè talmente vecchia la classe dirigente che non ha un reale interesse per quello che è la condizione attuale…

Quanto è stata importante la fondazione Kadist per la realizzazione di questo progetto?
Molto. Tra le altre cose, mi ha sostenuto fortemente nel cercare di realizzare uno spazio espositivo che assomigliasse ad un ufficio politico, senza connotazioni ovviamente, ma che permettesse alla galleria di diventare uno spazio più aperto alla ricezione di queste operazioni artistiche.

Sono anni che vivi e lavori in giro per l’Europa. Per concludere mi viene spontaneo chiederti se per te sarebbe possibile realizzare un progetto del genere in Italia…
Sarebbe facile risponderti di no. Ti posso dire però che in Italia è difficilissimo slegare un consenso da parte delle figure politiche da quella che dovrebbe essere una libertà da parte di chi produce cultura. Basta vedere come avvengono le nomine dei direttori dei musei: dal Castello di Rivoli al Mart, non c’è una consultazione, una democraticità apparente nella gestione della cosa pubblica. Percui, soprattutto per chi è giovane, con poche garanzie alle spalle e vuole pensare agli spazi dell’arte contemporanea come progresso del pensiero contemporaneo, non è facile. C’è un’ingerenza della politica su queste scelte che, in Italia, è ancora ostacolo per un sano meccanismo di espressione.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...