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Flavio Lucchini è un nome leggendario nell’industria del fashion. Per trent’anni ha diretto le più importanti riviste di moda italiane, scrivendo parte della storia del Made in Italy e contribuendo a diffonderne il prestigio nel mondo. Meritevole di aver introdotto l’art direction in campo editoriale, portando i grafici al cospetto dei tipografi, invitando illustratori, fotografi e artisti nel team redazionale, è stato anche il padrino dei più grandi stilisti nostrani. Gianfranco Ferré, Gianni Versace, Giorgio Armani – solo per citare tre nomi che sono passati in giovine età dal suo ufficio – hanno costellato il suo universo fatto di sfide, sperimentazioni, curiosità e piccole grandi rivoluzioni. La sua visione avanguardista, ispirata dalle riviste d’oltreoceano, dall’eredità grafica del Bauhaus e dal continuo stupore per il nuovo, si è presto fusa con tutti i talenti della filiera, la pop art e le pulsioni rivoluzionarie sessantottine, creando pubblicazioni tuttora considerate benchmark di riferimento per chi è del mestiere. Poi improvvisamente, negli anni Novanta, il “Professore” – così ama chiamarlo il fotografo Oliviero Toscani – lascia le scene. All’apice del successo e della grandezza della moda italiana si ritira – un po’ in stile Andy Warhol – abbandonando il party a sorpresa – un po’ in stile Mina – portando avanti una riservata ricerca in campo artistico e lasciando, dietro di sé, una grossa eredità: quella di un nuovo modo di fare comunicazione.
Sono andato a trovarlo nel cuore pulsante di zona Tortona, Milano, all’interno del Superstudio Più, centro espositivo per arte, moda e design che ha fondato lui stesso dieci anni fa e dove oggi ha sede il suo atelier d’artista. Circondati da imponenti sculture in resina e acciaio Cor-ten, mi racconterà la sua avventura nel cambiare l’editoria italiana, la fascinazione per la moda e il ritrovato entusiasmo per l’arte, ma non solo; ci ricorderà anche che nella vita, a volte, non basta solo il talento, ma ci vuole anche una buona dose di “culo”…


La sua carriera professionale è andata di pari passo con la storia dell’art direction italiana; come è iniziato tutto?
Sono sempre stato attirato dalla grafica, quando ho iniziato a lavorare non era ancora entrata nel campo editoriale, in Italia era un territorio ancora inesplorato. Mentre ultimavo gli studi di architettura, lavoravo come grafico e ho maturato una buona preparazione. È stato grazie a questa capacità, unita a un po’ di “culo”, che ho mosso i primi passi negli anni Sessanta. Incominciai a lavorare per Fantasia, una rivista di cucina edita dalla De Agostini…

Un po’ di “culo”?
Sì, perché anche le conoscenze sono state importanti. Nel turbine di quegli anni conobbi due giovani architetti Gae Aulenti e Vittorio Gregotti che mi introdussero al figlio del direttore editoriale del Corriere della Sera che all’epoca era a caccia di nuove idee. “Via Solferino” (sede storica del Corriere, ndr) voleva allargare e svecchiare la casa editrice e per loro, nel 1961, progettai il femminile Amica. Inizialmente ero intenzionato a vendere loro solo il progetto, ma l’entusiasmo era tale che mi hanno chiesto di entrare come direttore responsabile e artistico assieme a Franco Sartori. È da lì che ho realmente avuto l’opportunità di lavorare alla progettazione di prodotti editoriali.

Amica è considerata una rivista pionieristica. Cosa contribuì a ispirarla per il suo progetto?
Subito dopo la guerra mi sono gettato nella ricerca dei giornali americani portati dai soldati sulle bancarelle di tutto il paese; ero scioccato, impressionato dalla grafica dell’editoria di stampo anglosassone, naturalmente all’avanguardia su tutto. All’epoca ero molto entusiasta, sentivo l’urgenza dell’internazionalità, ero infarcito di nozioni e concetti provenienti dalla scuola del Bauhaus e volevo fare una sorta di “McCalls” italiano (uno dei settimanali femminili più importanti degli States del dopoguerra, ndr) una rivista aperta alla cultura in generale.

Lucchini in un momento di pausa coi fratelli Vergottini

Com’era il mondo dell’editoria negli anni Sessanta?
Era quasi il medioevo: il Corriere Della Sera, come tutte le testate giornalistiche, era in mano ai tipografi e non era ancora concepibile che un grafico entrasse negli editoriali. I primi tempi sono stato un po’ preso di mira e non benvoluto perché andavo a scombinare tutta la tradizione stilistica, ma vedere che i caratteri del Corriere, il più importante quotidiano nazionale, non erano i caratteri originali, ma imitazioni imbarazzanti di un Garamond, mi sembrava ridicolo. Feci capire all’Amministratore Delegato che non si poteva uscire così, bisognava investire sui caratteri tipografici veri e originali, quelli che oggi sono su internet a disposizione di tutti. Da lì è partita la mia rivoluzione. Poi sono arrivati gli illustratori, i grafici, gli artisti…

Che aria si respirava in quegli anni a Milano?
Ricordo Renato Rascel e il suo teatro di rivista, ma quello che c’era di più nuovo erano le boite notturne che noi giovani architetti frequentavamo per uscire dallo schema borghese e provinciale. Erano i night club che allora permettevano ai figli dei ricchi e ai neolaureati di incontrarsi. Eravamo tutti lì perché si esibivano le spogliarelliste di Parigi. C’era una forte necessità di internazionalità e di rottura degli schemi che attirava e accomunava i giovani “inquieti” di allora e dava vita a collaborazioni, idee, progetti.

con Fellini

Nel 1965, dopo cinque anni di direzione artistica di Amica, viene chiamato dalla Condé Nast. Com’è stato l’approccio con gli americani?
Condé Nast aveva comprato un giornale che allora si chiamava Novità, una rivista redatta da brave signore che si occupavano di illustrare le buone maniere, come apparecchiare una tavola o mettere le tende. Gli americani lo comprarono per un pugno di soldi e allargando la linea editoriale all’arredamento, alla musica, alla danza e alla moda pensarono di avere subito successo, ma invece fu un fiasco. Quando mi chiamarono alla direzione artistica intervenni importando i nuovi caratteri tipografici ma il giornale non aveva ancora una sua collocazione di mercato precisa, era un femminile come tanti e faceva fatica ad andare avanti, al punto che decisero di chiuderlo. Fu allora che suggerii che l’unica cosa da fare in quel momento era cambiare la testata e passare da Novità all’edizione italiana di Vogue.

Lucchini con la moglie Gisella Borioli e Franca Sozzani

Quindi lei è l’uomo responsabile dell’avvento di Vogue in Italia?
Sì. In quel momento la moda stava germogliando in Italia e non esisteva ancora una vera e propria rivista specializzata. Inoltre, col prestigio internazionale del marchio Vogue, ero certo che avremmo avuto sicuramente successo. Riuscii a convincere gli americani e il cambio della testata avvenne gradualmente, con passaggi intermedi: prima venne rinominata “Novità & Vogue”, poi “Vogue & Novità” per poi volgere unicamente a “Vogue”. Fu un’escalation fantastica, la moda dalla haute couture si stava focalizzando sul prêt-à-porter che era rivolto a una massa di consumatori maggiore. Il successo della rivista crebbe di pari passo con l’industria, di conseguenza ideai altre testate, diversificate per target: L’Uomo Vogue, Vogue Bambino, Vogue Casa e Lei – Glamour.

Che ricordi ha di quel periodo?
A Vogue ho conosciuto tutti gli stilisti che di anno in anno si affacciavano sul mercato ma non solo. Ho conosciuto anche tutta la filiera della moda, dai tessutai ai produttori di prêt-à-porter, che avendo io tra le mani un veicolo così prestigioso, mi cercavano per consigli, informazioni su quello che succedeva a Parigi piuttosto che a Londra. Il mio obiettivo era quello di sprovincializzare la moda italiana inserendo nella rivista la creatività che caratterizzava anche gli altri paesi. Le ho voluto dare uno sguardo più ampio, un respiro più internazionale.

Nel ’79 fonda, in società con l’editore Rizzoli, la casa editrice Edimoda e progetta Donna e Mondo Uomo, testate concorrenti a Vogue. Come mai si stacca da un colosso editoriale così potente per fondare delle riviste alternative e una casa editrice piccola?
Perché, avendo fatto fare tanti soldi alla Condé Nast, ho pensato che forse era ora di mettermi in proprio. Avevo tutti i mezzi e le capacità per fare qualcosa da solo, contatti preziosi. Ho avuto l’opportunità di incontrare Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din i quali inizialmente mi offrirono la direzione artistica di tutta la casa editrice, ma conoscendo bene il lavoro di art director – che in un contesto editoriale giornalistico non conta granché, perché chi conta è il direttore del giornale – ho controproposto di creare delle nuove testate di moda di alta gamma e in concorrenza con Vogue. Assieme proposi una mia partecipazione societaria, così da poter avere più controllo.

In che cosa si differenziava Edimoda?
Edimoda realizzava dei giornali di alta qualità, con tirature limitate ma rivolti a un pubblico di livello superiore. Avendo avuto alle spalle la Rizzoli, mi sono sentito protetto per poter fare questo passo. Solo che tre anni dopo l’editore è fallito per via del grosso indebitamento col Banco Ambrosiano ed Edimoda, che andava molto bene, venne messa in vendita per 13 miliardi che in parte investii io e in parte l’editore Rusconi. Rimasi per dieci anni al timone di un’azienda che era nata con un investimento iniziale di appena 500 milioni di lire…

Come mai dopo trent’anni di successi in campo editoriale improvvisamente, agli albori degli anni Novanta, lei lascia l’ambiente allontanandosi dai riflettori?
Ho vissuto un periodo eroico, quando la moda voleva dire cambiamento, cambiamento di modo di pensare e di vivere, quando c’erano gli hippy e i Beatles criticavano la borghesia inglese. È stato un periodo molto particolare che ha influenzato la moda, diventata un mezzo per veicolare idee e valori. Adesso la moda è design, mercato, ricerca del diverso ad ogni costo, stagione per stagione, solo per fare soldi, rispondendo a meccanismi di marketing. L’editoria, di conseguenza, ha riflettuto questo cambiamento come tutti gli altri mezzi di comunicazione. Il mio entusiasmo non era più soddisfatto e poi, ad essere sinceri, ho lasciato anche perché si stava affacciando internet, un mezzo in cui credevo molto e che pensavo avrebbe sostituito i giornali.

È un argomento ancora molto attuale; oggi come la pensa?
Sono stato frettoloso, ero stato ingannato dalla forza del cambiamento del Sessantotto, dagli anni “ruggenti”. In realtà stiamo ancora assistendo a un cambiamento che avviene lentamente e per la scomparsa della carta stampata occorrono cambiamenti di abitudini, di cultura e d’epoca. Oggi credo più nella convivenza di tutti i mezzi di comunicazione, che trovo straordinari e capaci di relazionare così tante persone, così distanti, con infiniti stimoli e possibilità. Proprio per questo credo che un dispositivo come l’iPad sia fantastico anche se non sostituirà mai il contatto fisico con una pubblicazione, la manualità è troppo importante.

Lucchini con Oliviero Toscani

Oggi c’è un certo fermento internazionale nell’editoria indipendente, dato in parte anche dallo sviluppo tecnologico; ha una sua teoria a riguardo?
Trovo sia un mondo incredibile, chi fa questo mestiere oggi può seguirne tutti i passaggi fino alla fine. Non è necessario intermediare troppo coi terzi, quali tipografi e case editrici, il singolo può avere un controllo totale. Si svilupperanno sempre di più dei giornalisti e degli operatori della comunicazione che faranno piccoli progetti d’interesse notevole. Già oggi ci sono tante nicchie, come la vostra, che rappresentano tanti punti di vista.

Anche Edimoda era considerata di nicchia..
Sì, ma eravamo una nicchia grande; oggi esistono tante realtà parcellizzate in tutto il mondo. I mezzi che abbiamo adesso favoriscono i singoli. Il fatto che ci sia qualcuno che si preoccupi di fabbricare e di mettere una pietra, ogni sei mesi, per dire la sua, è un contributo davvero importante per l’epoca in cui viviamo e, per me, è bello vedere che c’è ancora lo stesso entusiasmo di quando ho iniziato.

Si dice che sfogliando Vogue si possa comprendere lo stato d’animo della società in ogni epoca della storia recente. Se lei sfoglia Vogue oggi, o qualsiasi altra rivista di moda, che cosa vede?
Vedo delle frivolezze. Noi, soprattutto con L’Uomo Vogue, abbiamo rotto degli schemi: all’inizio la moda uomo non esisteva, l’uomo aveva un solo stile, borghese, con giacca e cravatta, lo sportswear non era ancora comparso all’orizzonte. Si dovevano rompere certi preconcetti e noi lo abbiamo fatto andando a scoprire i giovani talenti, Walter Albini è un esempio. Io volevo far conoscere quello che succedeva in questo mondo, oggi invece si parla degli stessi che sono stati già scoperti da decenni e che hanno un potere fortissimo nell’industria; il mercato è ingessato.

con Gianni Versace e Gisella Borioli

Lei cosa pensa della classe dirigente che arresta l’ingresso ai giovani? Il settore della moda sembra uno di quelli che meglio rappresenta questo problema…
Oggi ci sono alcune manifestazioni che possono favorire i giovani come White, qui da noi al Superstudio, ma sono per lo più rivolte agli operatori del settore e ai fanatici della moda; se gli va bene possono essere captati e fagocitati da aziende e corporation più grandi. Diciamocelo francamente, ricollegandomi al discorso editoriale, quale casa editrice oggi, in Italia, affiderebbe a un trentenne lo studio di un giornale di moda nuovo con alti budget?

Lei ha alle spalle studi di architettura, da venti anni si è dedicato totalmente all’arte, il che implica una forte manualità. Stando a contatto con tutti i più grandi stilisti, non le è mai venuta voglia di disegnare abiti?
No, perché è come fare politica. Entri in un giro dove devi essere aggressivo, sgomitare, metterti in mostra, mentre io ho sempre lavorato dietro le quinte. Non mi è mai piaciuto frequentare i cocktail, i party, la mondanità non mi appartiene. Sono di origini contadine, mi piace paragonarmi allo chef di un grande albergo che, preparando le cose strepitose, fa il successo del ristorante. La visibilità mi pare sia uno spreco di energie, una fatica maggiore. C’è da dire però che molti stilisti sono da considerare dei veri artisti, come per esempio Jean Paul Gaultier, che vede nel vestito non solo un oggetto ma una struttura, osservando il suo lavoro si intravede la land art. Su questo devo dire che ritrovo una certa somiglianza con le mie opere d’arte. Il vestito è secondario alla precisione e alle simmetrie.
Con le mie opere ho cercato di far capire quello che certi stilisti provano mentre creano.

Come è avvenuto il suo passaggio verso l’arte?
A un certo punto mi sono fatto una domanda: possibile che non rimanga nulla di questi vestiti? Sono come i giornali che dopo un mese si buttano via, non rimangono tracce. Così ho deciso di scolpirli, raccontarli come bassorilievi, sculture. Mi piace pensare che vengano visti come reperti archeologici o magari chissà che un giorno vengano ritrovati come fossili della moda. Sono stato preso dal vestito come totem per via della nostra attitudine occidentale a venerarlo. Le vie principali di Londra, Parigi, Milano sono tutte boutique. Quando una donna si vuole rilassare, va a fare shopping; quando un individuo vuole cambiare, lo comunica attraverso i vestiti. Il vestito per noi occidentali è al centro di tutto.

Lucchini e Yves Saint Laurent

In relazione all’arte e alla nostra lunga conversazione sull’editoria, mi ha colpito particolarmente una delle sue opere messe in mostra nel contesto dell’ultima Biennale di Venezia, dove è raffigurata, su un’improbabile copertina di Vogue, una donna che indossa un burqua. È un’immagine spiazzante, quasi contraddittoria, forse perché paradossale. Che messaggio voleva lanciare?
Volevo ironizzare sul fatto che Vogue potesse permettersi di mettere in copertina quel soggetto, ma la mia attenzione al burqua va ben oltre. Con i mezzi d’informazione di oggi non possiamo restare indifferenti alle società così diverse che esistono nel mondo. In alcune culture la vita è ancora così lontana dalla nostra concezione di libertà che non si può rimanere insensibili. Il burqua, in un certo modo, rappresenta il potere da parte del maschio di condizionare la donna. Credo che questo sia un atteggiamento culturale che vada invitato a cambiare, che vada democratizzato. E in questo, io credo che la moda possa fare tantissimo.

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