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Critico d’arte, docente universitario, conduttore tv. Recentemente ho incontrato l’intellettuale più “pop” d’Italia per un parere sull’offerta culturale milanese, le nuove architetture del centro città e l’appuntamento, sempre più vicino, con l’Expo 2015.

Prof.re Daverio, mi consigli una mostra da vedere a Milano.
Una buona mostra è quella che celebra il 17° centenario dell’editto di Costantino, realizzata dal Museo Diocesano (a Palazzo Reale fino al 17 marzo 2013, curata da Gemma Sena Chiesa e Paolo Biscottini NdR). E’ il risultato di una ricerca, non di un’operazione preconfezionata, come quasi tutte oggi. Quando facevo l’assessore, avevo messo su una macchina di produzione intellettuale e di ricerca interna al comune di Milano: non compravamo mostre, ma ne elaboravamo sempre di nuove.

Lei era nella giunta di Marco Formentini, che rapporto ha oggi con la Lega?
Formentini e la Lega non sono la stessa cosa. Inoltre, nei primi anni, la Lega era un partito fortemente innovativo, di rottura, di critica; era un’alternativa alla Milano corrotta di tangentopoli. C’era una grande energia e volontà di cambiamento. Oggi non è più così; la Lega è un partito mediocre, che sta tentando faticosamente di rinnovarsi senza più l’appoggio trasversale della società. Oggi l’elettorato è sostanzialmente reazionario (nel senso etimologico del termine) senza più volontà di fabbricare tempi nuovi.

Daverio all'Università Bauhaus di Weimar

Daverio all’Università Bauhaus di Weimar

Dell’attuale sindaco cosa mi dice?
Ho sostenuto molto Pisapia in campagna elettorale, ma oggi non sono più molto convinto. Non ho visto succedere nulla di interessante. Sembra che manchi un’idea di futuro e che i grandi temi che dovevano venire affrontati in un modo intelligente, siano stati lasciati li dov’erano. L’Expo avrà un seguito molto modesto rispetto a quelle che sono le aspettative. Inoltre, mi ha colpito molto la chiusura di MC Donald; questa giunta di sinistra ragiona come quella di destra, parla di incasso amministrativo. Io avrei preferito che rimanesse MC Donald invece che l’ennesimo negozio di borsette.

Lei non crede che Mc Donald fosse eccessivamente dissonante con l’immagine di “salotto” della Galleria Vittorio Emanuele?
Perchè dissonante? i ragazzi di oggi il sabato vengono in centro, vanno a comprare i vestiti da Zara e poi si recano da Mc Donald. Mica possono andare da Savini; e poi la Galleria non è mai stato un salotto milanese, questa è una balla. Se fosse realmente così dovremmo piangere; gli unici posti che ne fanno realmente un salotto sono la libreria Rizzoli e la libreria Bocca che, chissà fino a quando resisterà se gli aumentano ancora l’affitto. La verità è che la città è divorata da chi paga di più, ovvero il mondo della moda. Vede, la Galleria Vittorio Emanuele può avere due logiche: una è quella è quella di emulare il duty free di un areoporto, l’altra è quella di essere un pezzo della città, dove la gente normale passa, chi per andare al bar, chi al ristorante, chi da Mc Donald. La società è complessa non si può stirarla per farne solo una linea unica.

Philippe Daverio a Treptower park, Berlino

Philippe Daverio a Treptower park, Berlino

Torniamo all’Expo 2015. Anche lei crede che possa essere la grande opportunità per rilanciare Milano?
Sarà un’opportunità per chi farà affari immobiliari. Milano non è in grado di affrontare un così grande numero di presenze. Se va già in tilt col Salone del Mobile, con appena 400,000 anime, figuriamoci con l’Expo, dove si arriverà a 6 milioni. La città non è pronta, il sistema dei trasporti non c’è e delle tematiche dell’evento non si discute. Il dialogo sull’alimentazione nel mondo, sul rapporto tra la città e la campagna, sulla sopravvivenza del pianeta, lei ne ha mai sentito parlare?

L’Expo ha generato anche parecchi investimenti immobiliari. Cosa ne pensa delle nuove emergenze architettoniche del centro città?
Da una parte trovo che i grattacieli mettano di buon umore, la gente è contenta. Paradossalmente si recupera il rapporto con la campagna, questo perchè oggi la natura a Milano non si vede, ma dal tetto dei grattacieli si. Non sono d’accordo però sulla scelta di chiamare architetti stranieri, e per giunta nemmeno i più noti al mondo. Io avrei fatto dei concorsi innanzitutto. I grattacieli sono stati progettati da persone che non hanno una responsabilità politica sulla città. Per l’Expo c’è stata una commissione che ha fatto una scelta per la comunità intera e in alcuni casi la scelta non è nemmeno stata fatta su giudizi estetici, di urbanistica o con una linea d’orizzonte, bensì su criteri di fattibilità finanziaria. Quando eravamo noi a realizzare le nostre architetture oggettivamente avevamo molto più successo. Guardi la Torre Velasca per esempio, i giapponesi ce l’hanno copiata e sono ancora li a fotografarla.

Le faccio notare però che non tutti i milanesi amano quell’edificio…
Perchè è tenuto molto male, avrebbe bisogno di un rilancio. Dal punto di vista architettonico è mirabile e la sua morfologia linguistica è interessante perchè è la trasposizione moderna della torre del Castello Sforzesco. E’ stata molto copiata in Giappone e in Cina ed è un esempio eclatante di come noi italiani per tanti anni siamo stati i protagonisti, mentre oggi non lo siamo più.

Continui…
Ad esempio il Pirelli ha ispirato il grattacielo MetLife (ex PamAm) di New York. Tre anni dopo, a Giò Ponti venne affidata la concessione della realizzazione del Museo di Denver in Colorado: un capolavoro architettonico. Io penso che nella vita sia più bello essere protagonisti che autostoppisti. Purtroppo, negli ultimi anni, Milano ha smesso di essere protagonista per essere autostoppista.

Parliamo di progetti italiani allora, del Bosco verticale di Boeri, cosa ne pensa?
Vorrei vederlo finito. Con queste architetture contemporanee si pone un problema che prima non c’era. Noi usiamo marmo e cotti che col tempo migliorano. Invece l’architettura nord europea e americana utilizza materiali che vanno presto in obsolescenza e necessitano di parecchia manutenzione. Qui ogni volta che bisogna lucidare i vetri è un problema; la bellissima “vela” di Fuksas, sulla nuova fiera, costa 300,000 mila euro pulirla, per questo non si fa. Noi non abbiamo questa cultura. Bosco verticale andrà in contro a difficoltà analoghe. Se la manutenzione c’è sarà interessante, altrimenti genererà cadeveri.

Un frame di Passepartout, famoso programma condotto da Philippe Daverio in onda sui canali RAI.

Un frame di Passepartout, famoso programma condotto da Philippe Daverio in onda sui canali RAI.

Mi tolga una curiosità: dove va a fare shopping?
Mi rivolgo a parecchi sarti. Una volta ne avevo uno che lavorava direttamente in casa mia, ora mi affido a un napoletano molto bravo, che vive e lavora a Carrara. Ogni tanto le camicie me le faccio fare in Calabria, oppure a Londra o a New York, insomma dove capita. Devo però confessarle che molti gilet me li compra mia moglie, nei negozi vintage.

Qual è il suo posto preferito a Milano?
Direi casa mia.

Suvvia, ci sarà pure un luogo pubblico…
No, per quanto riguarda gli spazi pubblici, non trovo che Milano sia stata in grado di fare qualità, poi io esco poco, vado in giro per il mio quartiere, tra via Amedei e P.zza Sant’Alessandro. Diciamo che mi piace di più l’atmosfera che si respira in città, alcune case del centro storico, la parte privata.

Prima di lasciarci, mi indichi una cura miracolosa per salvare la cultura, in Italia.
Lancio una provocazione: datemi un chilo di calciatore per ogni museo. Solo Moratti, recentemente, ha speso una cifra che manterrebbe 60 istituzioni. Che il 10% della compravendita calciomercato vada alle fondazioni e ai musei!


Un estratto di questa intervista è stato pubblicato sul numero di novembre-dicembre di Club Milano. Foto courtesy ufficio stampa RAI.

2 thoughts on “Cultura: intervista a Philippe Daverio

  1. leggere e ascoltare il professor Philippe Daverio è una via non certo l’unica,ma una cosa è certa è una via con molti incroci che si apre a molte strade.Penso che sia una delle fortune nazionali di questo tempo.La sua grande qualità è l’educazione con cui tratta persone e argomenti,cosa impossibile per tutti quelli che trattano argomenti in pubblico e persone nn in privato.Forse l’educazione è figlia di una certa particolare intelligenza,la cultura nn è in gioco su questo campo.
    Questa sera girando in paese un signore che vendeva in una bancarella mi ha ringraziato della gentilezza con cui il professore lo ha salutato il 16 dicembre.

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