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Artista, dj, editore e tutto quello che scorre in mezzo. Nicola Guiducci è un nome familiare in quel di Milano poiché è uno dei pilastri più saldi della movida notturna. Professionalità multitask, due grandi passioni: musica e fotografia, è conosciuto ai più come il padre fondatore del Plastic: il club più eccentrico ed internazionale di Milano, nonché l’unico che da tre decenni non insegue le mode, pur essendo di moda. Recentemente, dopo 31 anni di programmazione musicale d’avanguardia, si è chiusa la storica sede di viale Umbria. Fatto che, non ha significato la fine, bensì una rinascita. Intervisto “l’uomo della notte” nel suo appartamento di corso Lodi, circondati da scatti d’autore, libri d’arte e da un’immensa muraglia di dischi…

Quanti saranno?
A dire il vero non ne ho idea (ride NdR); considera che i cd sono arrivati sul mercato solo a fine anni Ottanta. Quelli mi è bastato metterli nel computer per scoprire che avevo più di 420.000 tracce. Per completare la mia collezione però bisognerebbe contare il mio archivio in via Spartaco. Li possiedo una quantità sterminata di vinili; saranno diverse decine di migliaia, tutti comprati in più parti del mondo…

Dove sei stato?
Quando avevo vent’anni viaggiavo tantissimo, soprattuto in Inghilterra e negli Stati Uniti; la musica è sempre stata il mio principale movente. Durante il momento del reggae sono persino volato in Jamaica, perchè volevo trovare i dischi migliori, ma spesso capitava che mi spostassi anche solo a Gallarate o a Riccione, per setacciare i negozi.

Questa è una cosa che si è un po’ persa. Voglio dire mettersi in viaggio per scoprire musica, comprare dischi. Oggi con internet è tutto a portata di mano…
Si, e trovo che sia fantastico. Più che altro all’epoca eri sicuro di essere l’unico ad averceli quei dischi…ora chi può dire lo stesso?

Tu sei di origini toscane. Cosa ti ha portato a Milano?
Vengo dalla campagna pistoiese, dove non c’è niente, e per questo sono sempre stato attratto dalle grandi città. Finito il liceo non volevo fare l’università e spesso avevo un piede a Londra. Qui a Milano c’erano i miei zii e alcuni amici, mi sono sempre trovato bene e col tempo ho capito che era la mia città.

Cosa ci facevi a Londra negli anni Ottanta?
Andavo per la musica. Frequentavo la scena notturna, assieme a gente come Derek Jarman, John Maybury, Andrew Logan, tutti nomi che con gli anni sono diventati personalità affermate nel mondo dell’arte, del cinema e della moda. A quel tempo c’era ancora genuinamente il punk e in quegli anni stavano cambiando molte cose: era il momento del Blitz Club (leggendario locale di Covent Garden NdR) che con i New Romantic diede vita ad un vero e proprio movimento culturale che influenzò radicalmente moda e musica; c’era questa attitudine ad esasperare il modo di vestirsi facendo convivere borchie con pizzi e trine; e poi c’erano gli squatter che vivevano in loft enormi sui docks. Era un mondo molto differente e shockante rispetto alla provincia toscana…

Immagino. Invece Milano com’era?
A Milano non esisteva quasi niente di tutto ciò, nemmeno le “one night” che sono arrivate solo a fine anni Ottanta. Per questo è stato facile collocare un locale come il Plastic. C’era la scena rock, anche se era più che altro segregata in provincia; per il resto solo discoteche su modello dello Studio 54, con tavoli e disco music. Io invece facevo riferimento ai locali underground sia di New York che di Londra.

La leggenda vuole che sulla pista del Plastic siano passate anche star del calibro di Madonna, come anche numerosi importanti artisti. Keith Haring, in particolare, nei suoi celebri diari, scriveva che il Plastic era il suo locale preferito in Europa. Ad un certo punto vieni anche citato: “Nicola mette della musica che mi fa sentire come se fossi a New York”.
Io all’epoca lavoravo per Elio Fiorucci e quando uscì il primo disco di Madonna le abbiamo organizzato una presentazione a Parigi. Il caso volle che tornassimo insieme a Milano, sullo stesso volo, così la invitai nel mio locale; fu tutto molto spontaneo. Con Keith Haring invece eravamo proprio amici. Possiedo ancora molte sue opere d’arte; alcune le ho regalate, altre le ho perse. Quelle che mi rimangono le tengo in un posto sicuro.

Recentemente, è stato realizzato anche un documentario “Killer Plastic-O: Ma tu ti faresti entrare?”…
Si, è stato diretto da Simona Siri e presentato, fuori concorso, al Festival del Cinema di Roma. Adesso è in preparazione un secondo film, che sarà pronto a settembre. Questa volta è una narrazione più studiata che parte dal cantiere del locale nuovo, passando dalla chiusura del vecchio Plastic, per poi concludersi con l’inaugurazione della nuova sede. Una racconto che tende ad evidenziare la voglia di continuità e novità.

Cambierà qualcosa?
Io spero di si; spero in tanti cambiamenti. La nuova location ha una potenzialità incredibile, anche perchè ha a disposizione uno spazio annesso di 3.500 metri quadri. Abbiamo anche intenzione di creare un progetto culturale, con una programmazione più attuale, organizzando eventi che vanno dalle mostre alle performance. Anche la gente comune che non vive la notte potrà conoscere il Plastic.

Nessuna nostalgia per viale Umbria?
Ma quale nostalgia! io mi sento liberato! (ride NdR)

Dai non ci credo, hai suonato li dentro per una vita…
La settimana prima che chiudesse, di domenica, ero un po’ malinconico: pensavo che alla fine quel posto è stato un buon compagno, per trent’anni.

Nicola Guiducci ritratto da Matteo Cherubino per Club Milano.

Da dj ti sei evoluto divenendo sound designer; spesso sei chiamato a suonare per le sfilate. Che tipo lavori sono questi?
Suonare per le sfilate significa partire da un’idea, che è l’abito, consultandoti con la direzione artistica della collezione. Successivamente si propone una programmazione musicale cercando di accontentare il cliente. Lavorare come sound designer è diverso, vuol dire ricreare un’atmosfera specifica in un ambiente. Sono parolone che alla fine definiscono una professione che per me fondamentalmente è sempre la stessa: avere a che fare con la musica.

Oggi sei anche produttore ed editore…
Prima cantavo. Avevo i miei gruppi: i Niagara Falls, poi i Gaz Nevada e altre cinque o sei band. Ho inciso anche come solista. Dal 2001 ho fondato la Angle Records and Books dove produco musica di nicchia (tra gli artisti: Scarlets The Pink Rays, Samuel Katarro, The Visionuts, Maupassant, Luc Ferrari e Cityboy700 NdR). Ho iniziato a fare l’editore coi libri del Plastic e ora pubblico NG magazine, rivista semestrale che porta le mie iniziali e che tratta di nudi maschili. La fotografia è un’altra mia grande passione, per questo avevo un sacco di materiale inedito. L’idea del libro mi sembrava un po’ desueta così ho puntato su un periodico. E’ come un diario, una finestra sul mio mondo.

Nell’ultimo decennio l’industria discografica è mutata radicalmente perdendo molto del suo valore commerciale. Anche l’editoria tradizionale ha perso importanti quote. Qual è il tuo punto di vista?
Non sono mai stato attratto dalle vendite, bensì da progetti puramente artistici e di nicchia. Per noi non è cambiato nulla, vendevamo poche copie dieci anni fa e ne vendiamo poche anche adesso. E’ un lavoro che facciamo solo per gusto percui, al contrario delle major, non soffriamo anzi, il digitale aiuta di più il diffondersi di questo tipo di musica, nonchè abbatte di gran lunga i costi di produzione. Per quanto riguarda i libri: sono per appassionati ed intenditori. Li pubblico con una tiratura molto limitata e il loro scopo è raccontarmi attraverso essi, divulgare il mio stile, non di certo il profitto.

Qualche tempo fa hai dichiarato che Milano di notte è meno razzista. La pensi ancora così?
Forse oggi lo è anche un po’ meno di giorno. Penso sempre che di notte si possa vivere in maniera più libera e che la città sia meno provinciale. Anche se a dire la verità il giorno, soprattutto in passato, l’ho vissuto davvero poco (ride NdR)…

Giunta Moratti VS Pisapia.
In generale con Pisapia la città mi sembra più disinvolta, veloce, meno pachidermica; la destra è sempre più lenta. A noi comunque ciclicamente rompono le palle facendoci chiudere per lavori. Questo perchè le leggi dei vigili del fuoco cambiano abbastanza in fretta e se vogliono ti fottono anche per due centimetri di porta. E ovviamente non è che prima di passare di avvertono! (ride, NdR)

Spesso mi capita di sentire giovani gruppi lamentarsi di Milano perchè i locali danno poco spazio alla musica live. Molti si lamentano perchè hanno l’impressione che si privilegino le cover band. Cosa ne pensi di questa polemica?
Non sono d’accordo. Io giro spesso per concerti e mi sembra che in città ci sia un’offerta vasta, anche di artisti italiani. Questo anche al di fuori dei circuiti tradizionali, basta informarsi. Però di musica non ce n’è mai abbastanza, per questo da settembre ho deciso di attivare un’ulteriore serata al Plastic, il mercoledì, dove proporremo live di elettronica e musica d’avanguardia. Sarà uno spazio rigorosamente dedicato all’amore per la musica.

Come li vedi i ventenni di oggi?
Finchè studiano va bene. Quelli che conosco io sono tutti talentuosi, stimolanti, intelligenti. Quando poi finiscono l’università effettivamente non so che cosa li aspetti, d’altronde questo è uno degli handicap del nostro paese; se non trovano lavoro non è di certo colpa loro.

C’è un posto di Milano che ami particolarmente?
Mi piace il giardino della Guastalla, in via Sforza, è un giardino con un’architettura barocca, dove ci sono delle panchine su cui vado a leggere. E’ davvero incantevole.

Nicola Guiducci sindaco per un giorno. Cosa faresti?
Ridurrei gli sprechi di denaro pubblico per la realizzazione di opere inutili o mal progettate e riempirei i navigli d’acqua. E’ una zona storica, con un alto potenziale, ma purtroppo ancora oggi troppo trascurata.

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