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È tra i grandi nomi che hanno contribuito al cambiamento di costume nell’epoca contemporanea. Cacciatore di tendenze, pioniere del retail intelligente, Elio Fiorucci, è parte di quella “old school” che ha forgiato la comunicazione italiana rendendo famosa Milano nel mondo. Per questa intervista ci apre le porte del suo grande showroom di Porta Venezia, un vero e proprio museo del kitsch, tappezzato di colore, iconografie pop anni ’50 e oggetti provenienti da tutti i continenti.

So che la sua avventura nella moda inizia con un viaggio.
Si, negli anni Sessanta mi trovai a Londra, una città rivoluzionaria in fatto di costume, sempre molto aperta alle diverse culture, in grado di assorbirle e restituirle allo stesso tempo. A Londra ricevetti impulsi che non riuscii a trovare altrove e presi l’ispirazione per aprire il mio negozio milanese, lo store di San Babila: un luogo non solo per le merci, bensì uno spazio dove si potesse anche solo entrare per incontrarsi, rilassarsi e ispirarsi.

Il resto è storia. Oggi sono in molti a sostenere che Milano non sia più centrale per la moda. Qual è il suo punto di vista?
Questo si deve alla globalizzazione e a una comunicazione sempre più rapida. Il progresso che abbiamo avuto negli ultimi cinquant’anni, non ha precedenti. E’ cambiato il modo di comunicare tra gli uomini e tra le aziende; le idee e i progetti circolano più in fretta. Di conseguenza non si può più pensare di mantenere un ruolo centrale, sono entrati nuovi giocatori e la concorrenza è più forte di quanto non lo fosse quarant’anni fa.

Quando ha iniziato lei, negli anni 60, che atmosfera si respirava?
Si sentiva il passaggio dalla tradizione al nuovo. All’epoca i negozi di San Babila si chiamavano “Principe del Galles,” “Duca d’Este” e rappresentavano il modello comportamentale in voga all’epoca che faceva riferimento alla solita piramide aristocratica. Poi c’è stata questa frattura progressiva, con questa nuova visione del mondo, verso una democratizzazione dell’abbigliamento che è incominciata col prêt-à-porter per approdare al pronto moda di oggi.

Come spiega questo passaggio?
È il naturale processo di democratizzazione del costume, che passa tramite l’intelligenza delle persone. Adesso le racconto una storia: una volta, producevamo dei jeans speciali che si diceva facessero la silhouette della donna più bella. Un giorno, fuori dal mio negozio newyorkese, vidi diverse limousine e mi domandai che cosa stesse accadendo. Era l’entourage della Regina di Spagna, che era in coda ai camerini, dietro a tante altre ragazze, con in mano i miei jeans.

Con Elio Fiorucci, nel suo ufficio stile, durante l’intervista. Fotografie di Andrea Vailetti

Un episodio del genere cambia il costume di una generazione?
Si, ci sono tanti singoli esempi. Il culmine lo abbiamo oggi con la principessa Kate Middleton, che io amo. Lei compra i vestiti ai mercatini e da Top Shop, come tutte le ragazze di Londra. Lei è un’altra persona intelligente, naturale e spontanea che ha senz’altro contribuito alla democratizzazione del costume.

Domanda d’obbligo: cosa ne pensa dei colossi del fast fashion? Oggi al posto del suo storico store di San Babila c’è H&M.
H&M, come altre aziende, propone una moda bella e attuale che compete coi modelli del prêt-à-porter di lusso. Ricollegandomi a quanto dicevo prima, trovo che questo cambiamento di costume sia specchio dell’evoluzione della democrazia e del modo di pensare.

Sono certo che molti suoi colleghi non saranno dello stesso parere…
Si? io invece dico basta con questo estremo egoismo; non si può pensare solo a se stessi. Io sono sereno e poi devo dire la verità: ho sempre creduto che mi sarei potuto divertire anche facendo una vita diversa da quella dello stilista. Per caso mi sono trovato a fare moda, ma avrei potuto fare anche altro…

Per esempio?
Dico sempre che sarei stato felice anche di fare il contadino. C’è della gente che abbraccia un mestiere e pensa che poi al di fuori di questo non possa trovar pace. Io, invece, credo che l’equilibrio nella vita si possa trovare in molti modi. Viaggiare, ad esempio, è uno di questi.

A proposito, lei nella vita ne ha macinati di km.
Si, andavo in Giappone quando ancora non si andava. Sono stato tra i primi a fare ricerche in Australia e Nuova Zelanda, raccogliendo tutta questa serie di oggetti e capi che qui conservo e catalogo come fonti d’ispirazione. Per me il concetto di kitsch è importante (Elio Fiorucci è anche presente alla Triennale all’intero della mostra “Oggi il kitsch” di Gillo Dorfles NdR) è qualcosa fuori dagli schemi, dalla cultura ordinaria, ma che può essere ugualmente bello a seconda dei legami che si riescono a leggere in quegli stessi oggetti.

Elio Fiorucci, riratto durante l’intervista nel suo quartier generale di Porta Venezia, Milano. Photo credit: Andrea Vailetti.

Torniamo alla globalizzazione. Come vede le nuove potenze asiatiche? La Cina è un’amica o nemica della moda?
La Cina è una grande amica. Io credo che i cinesi rappresenteranno un grosso valore aggiunto alla creatività dell’uomo. Aggiungiamoci che sono anche un potenziale mercato di un miliardo e mezzo di persone, e come mercato non intendo solo un luogo di scambio merci, ma un luogo di incontro di cervelli, persone e idee. Quando ci sarà una democrazia vera, e siamo sulla strada giusta, tireranno fuori i propri talenti e le cose miglioreranno molto, anche per noi.

Ma non teme un progressivo fagocitamento delle imprese italiane da parte delle holding cinesi? Tra l’altro è un trend già in atto…
La guerra economica è naturale e fa parte dell’evolversi naturale di questo mondo. La natura dell’uomo non è stabilita dai confini geografici di un paese, ma da qualcosa di superiore, di globale.

Parliamo dei giovani designer italiani. Che opinione ha di loro?
Credo che spesso equivochino che cosa voglia veramente dire fare questo mestiere. L’avere successo nella moda non significa essere solo dei bravi disegnatori. Quando escono dalle scuole questi ragazzi mi fanno tenerezza, perchè credono di sapere già cosa fare, ma in realtà non ne hanno alcuna idea. Non viene detto loro cosa succederà dopo, ovvero che, quando usciranno, avranno a che fare con una moltitudine di persone diverse. La scuola non può insegnarti la vita; la vita è molto più complicata o ancora più semplice di quanto si possa immaginare!

Lei quindi non crede nelle scuole di moda?
Non mi fraintenda, la scuola è importante e insegna molto, ma a Milano credo ci siano troppi istituti, che ogni anno fanno uscire troppi giovani. Se io penso ai Benetton, che hanno incominciato con una macchina per fare la maglia e che ora sono tra i più ricchi d’Italia, mi viene da dirle che la scuola migliore è l’esperienza!

Cos’è la creatività per lei?
La creatività è la sorpresa di un bambino davanti a qualche cosa che non conosce, è curiosità, niente di magico. Aggiungo anche che, per riuscire a essere bravi creativi, non si devono avere pregiudizi.

C’è un posto particolare a Milano che ama?
I mercati della frutta e verdura, dove ci sono i pugliesi che sono fantastici perchè cercano d’imitare il dialetto locale. E’ interessante vedere il modo in cui si integrano e anche come vengono poi amati dai milanesi. Milano è un luogo d’incontro dove, nonostante le diversità, viene permesso di rimanere se stessi, tirando fuori il meglio di se.

Ancora un outtake di Andrea Vailetti per la cover story di Club Milano.

Lei trova?
Si, Milano è un piccolo laboratorio umano e, proprio per questo, qui sono nate più idee che altrove, in Italia. Qui non c’è provincialismo, non si guarda da dove vieni, ma chi sei.

Di Pisapia che opinione ha?
Lo conoscevo già prima che diventasse sindaco e penso che sia una brava persona, adatta a capire le esigenze dei giovani. Gli consiglierei di portare Milano sempre più vicina a Londra, ovvero aperta a tutto e a tutti.

Se invece fosse lei Sindaco per un giorno, cosa farebbe?
Liberalizzerei tutto. Un’altra cosa che farei, e ne parlerò proprio con Pisapia, sono i mercatini, come ci sono a Londra; luoghi per i giovani, senza IVA e tasse. Nella mia vita ho imparato che il succo del sapere viene dal basso, dalle persone semplici; i mercatini sono dei veri e propri vivai creativi di piccoli imprenditori, da cui si può assorbire tanto. Altro che scuole di moda!

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