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foto di Alessandro Treves

Mantovana, ma milanese da quando ha 9 anni, Carla Sozzani è una delle personalità culturali più influenti in città. Gallerista, una carriera di successo nell’editoria di moda, è soprattutto la Signora di 10 Corso Como, il negozio, nato da una costola della sua galleria, che ha dato vita al termine “concept store”. L’abbiamo incontrata nel suo luminoso studio, circondati da opere di Kris Ruhs, fotografie di Bruce Weber, ricordi di famiglia e tanti, tantissimi libri.

23 anni di galleria, ed è uscito pure un libro. Tempo di bilanci?
Il libro doveva essere per i 20 anni, ma siccome non sono mai contenta, continuavo a farlo e rifarlo, così è uscito per i 22. Che dire, abbiamo aperto nel 1990; è stato un cammino lungo, molto interessante e ricco di soddisfazioni. Quando ho dato vita alla galleria questa zona non esisteva e la fotografia in Italia non era considerata arte.

C’è una sua mostra, in particolare, che l’ha convinta che le cose stessero cambiando?
La mostra di Horst, è stata una delle prime, nel 1992. Poi, come non ricordare quella di Helmut Newton, dove la gente faceva la coda fin da piazza 25 Aprile. Ho delle foto magnifiche! Anche se, le dico la verità, oggi la fotografia mi ha un po’ stancata, mi piacerebbe occuparmi di altro.

A cosa sta pensando?
Mi interesso molto all’illustrazione, che è una forma d’arte non più tanto in uso. La fotografia è meravigliosa però è diventata molto commerciale; oggi fa parte di un mercato enorme, quasi spropositato.

10 Corso Como non è solo una galleria d’arte, ma anche un negozio che è diventato un mito nel mondo del retail. Il termine “concept store”, oggi entrato nel dizionario, è stato coniato da Francesco Morace, ispirandosi a questo luogo. Come le è venuta l’idea di progettare questo spazio?
Non è stato un progetto di marketing, bensì una realtà cresciuta in maniera naturale. Ho iniziato con la galleria, in seguito mi è sembrato logico aprire una libreria, ma siccome mi mancava la moda, ho incominciato a vendere abiti di designer di nicchia e gioielli. Poi la gente che veniva a vedere le mostre mi chiedeva: “Ma come mai qui non si mangia?”, quindi abbiamo trasformato il bar che c’era al pian terreno in un ristorante. Non è stato come per gli store di Shanghai e Seul, dove abbiamo organizzato tutto dalla A alla Z; il negozio di Milano si è evoluto naturalmente.

Mi parli un po’ dei suoi inizi nel mondo editoriale.
Ho cominciato nel 1968 e sono stata fortunata, perché ho visto tutto il grande cambiamento. Ho vissuto degli anni meravigliosi, con le sfilate d’alta moda a Parigi, Roma e Firenze, dove a Palazzo Strozzi ognuno aveva la stessa sedia per una settimana. Era tutto molto più organizzato. Certo, dagli anni Sessanta questo mondo è cambiato molto. A me piacevano i giornali dove si capiva la moda, adesso trovo sia più difficile intercettarla, ma allo stesso tempo trovo che sia bello lasciare la libertà di scelta alle donne. I magazine di oggi sono più democratici.

Perché, si è allontanata dall’editoria?
Volevo aprire la galleria. Nella mia testa ci voleva un loft. In quel periodo vivevo molto a New York e volevo trovare qualcosa in stile industriale. Questo cortile, le case a ringhiera, i panni stesi, mi sembrava tutto perfetto.

Questa domanda gliela devo fare: che rapporto ha con sua sorella (Franca Sozzani, direttrice editoriale del gruppo Condé Nast)? Non c’è mai stata un po’ di gelosia o competizione? Dica la verità…
No, perché io sono la più grande e quindi per me è come mia figlia. È sempre stato così. Abbiamo un bellissimo rapporto, poi siamo state tenute insieme dalla nostra mamma, che purtroppo è mancata quest’anno all’età di 100 anni. Abbiamo sempre passato tutte le domeniche insieme e, quando eravamo entrambe in città, pranzavamo sempre assieme. Siamo molto affezionate, come lo sono anche i nostri figli. Se avessi continuato a lavorare in ambito editoriale, forse sì che saremmo entrate in competizione.

Che cosa ha da dire in merito alla trasformazione di corso Como e del quartiere Garibaldi?
È cambiato tutto radicalmente, tranne noi e l’elettricista Moretto. Lui c’è ancora e la mattina la signora indossa il suo grembiule azzurro. Il resto della via sembra un grosso centro commerciale all’aperto. Quando sono arrivata c’erano ancora le macchine che circolavano, il corniciaio, il fabbro, il fruttivendolo con le casse di mele in strada. Abbiamo vissuto anche dei periodi molto difficili perché era complicato arrivare qui. Per lungo tempo la strada è stata chiusa per lavori, poi anche piazza 25 aprile: tra una cosa e l’altra, corso Como è stato inagibile per 10 anni. Comunque a me i grattacieli non dispiacciono, quando salgo sul mio terrazzo e vedo questa città che cambia sono felice.

Non tutti però sembrano essere dello stesso parere.
Il mio eccesso di entusiasmo forse risiede nel fatto che finalmente questi infiniti lavori sono finiti (ride, NdR)! Però io non sono d’accordo con chi contrasta il cambiamento. È bella una città che cresce, no? Il progresso non si può fermare. Se avessero ricostruito una vecchia corso Como, con finte case di ringhiera non avrebbe avuto alcun senso.

Dopo lo store di Tokyo, in collaborazione con Commes Des Garçons, e quello di Seul, 10 Corso Como si espande ancora in Asia, questa volta a Shanghai…
Pensi che in Cina ci sono andata per la prima volta nel 1980, quando ancora lavoravo per Vogue. Sono stata un mese intero. Sono arrivata a Hong Kong in aereo e poi ho preso il treno fino a Canton (che oggi si chiama Guangzhou, NdR); è stato un bellissimo viaggio, ai tempi il mio era uno dei primi reportage di moda dall’Asia e ho visitato tutto il paese. È stata una bellissima esperienza che porto con me nel cuore. Shanghai per me è bellissima, ci sono tantissimi quartieri giovani, ma non ci sono solo grattacieli, esistono anche piccoli distretti, più “europei”.

Dal 1980 sono passati 33 anni e oggi la Cina è cambiata molto, non le fa impressione? Tantissimo. Quando andai per la prima volta, i cinesi non potevano entrare negli alberghi degli occidentali. Tutti erano vestiti di blu, la gente girava solo in bicicletta, c’erano i “Friendship Shop”: i negozi del popolo, dove si vendevano solo le cose dello Stato. Non l’avrei mai detto che ci sarei tornata vendendo dei prodotti di lusso.

Oggi la Cina viene vista sia come una risorsa, ma anche come una minaccia, per la nostra economia. Da una parte i grandi fatturati che generano i nostri brand di lusso, dall’altra la manodopera a basso costo, i prodotti contraffatti, e non ultimo la tendenza delle holding asiatiche a fagocitare le nostre aziende. Lei non teme questa concorrenza?
Il discorso dei prodotti copiati mi sembra un argomento vecchio di cui parlare. È vero, hanno cominciato così, producendo grandi quantità di beni a basso costo, ma ora il sistema produttivo si sta evolvendo in tutti i campi. I consumatori cinesi poi sono molto cambiati, tra i viaggi che fanno e l’utilizzo di Internet sono più informati ed esigenti. La loro evoluzione è stata più rapida della nostra; in quattro-cinque anni hanno fatto dei cambiamenti che noi abbiamo fatto in venti. Per quanto riguarda la minaccia dei brand, per ora io avrei più timore dei francesi che dei cinesi.

Del negozio di Shanghai che inaugurerà a settembre che cosa ci dice?
Che è proprio in un bel posto, con un bel Feng Shui. È situato nella zona che negli anni Venti e Trenta era il quartiere culturale della città. L’edificio è indipendente, quattro piani interamente in vetro; di fronte c’è un tempio e un parco. Al suo interno venderemo designer francesi, qualche cinese, ma soprattutto italiani. Cerchiamo di mandare avanti il made in Italy.

A proposito, si critica sempre il fatto che il sistema italiano non incentivi adeguatamente le giovani imprese…
Il futuro è dei giovani. Come si fanno crescere città verso l’alto, con grattacieli di vetro e acciaio, così bisognerebbe stimolare i nostri giovani e le nostre aziende.

Oggi c’è un grande boom di riviste indipendenti, complice anche la visibilità che fornisce il web. Che opinione ha a riguardo?
Le apprezzo molto, senza la pubblicità è molto difficile, sono sforzi creativi importanti. Io non amo Internet, anche se ovviamente lo uso come tutti. Ma se devo fare un catalogo o un libro ancora oggi prendo forbici e scotch.

Addirittura?
Sì perché è il suo bello. Come si fa a stare al computer tutto il giorno? Fa male, in tutti i sensi. Io ne ho due, ma preferisco ancora lavorare sul mio desk. Per me la creatività passa per le mani. Io assemblo ancora tutto da sola. Sarà un concetto banale, ma la manualità è importante e sfogliare un bel libro è impagabile. Poi io sono una di quelle che spera che le cose vadano al contrario. Ad esempio: guardi il sito di Style. com, alla fine si è trasformato in un giornale cartaceo. L’online è un consumo veloce, non c’è un apprezzamento vero dell’oggetto, del piacere della carta.

Un suo luogo preferito in città, a parte 10 Corso Como?
La Biblioteca Ambrosiana, trovo sia meravigliosa; la Chiesa di Sant’Eustorgio e aggiungerei anche la pasticceria Marchesi che, se non conoscete, dovete assolutamente provare. Si trova in via Santa Maria La Porta, ed è proprio la tipica vecchia pasticceria milanese!

Se Carla Sozzani fosse il Sindaco di Milano, cosa farebbe per la città?
La farebbe diventare più turistica. Trovo che sia l’unica pecca di Milano. Guardi qua: ho un librettino che ho ritrovato l’altro ieri tra gli scaffali. È intitolato Milano è una seconda Parigi ed è una raccolta di impressioni di viaggiatori britannici e americani che sono passati da qui. È molto interessante, dice che la città al primo sguardo non colpisce, ma che se scoperta in fondo conquista. Abbiamo tantissime cose di cui andar fieri. L’offerta culturale è ricca, già solo l’itinerario delle Chiese è fantastico. È piena di arte, pittura, giardini segreti. Spesso la gente mi chiede: “Come fai a vivere a Milano?” Io rispondo che per me ha una qualità di vita magnifica e che sono loro che non sanno guardare!

Intervista pubblicata su Club Milano di settembre 2013. Clicca qui per sfogliare la rivista in versione digitale. La foto in apertura è di Alessandro Treves.

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