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Fotografo italiano di fama internazionale, è cresciuto tra le riviste di moda più importanti guardando (e fotografando) la nascita del prêt-à-porter. Oggi, da affermato professionista, pubblica libri di poesia (la sua prima passione) e da bravo gentiluomo di origini viscontee organizza iniziative culturali per tenere viva la città. L’abbiamo incontrato nel suo studio di via Tortona, per farci raccontare 40 anni di carriera. 

Mi parli degli inizi. Ho letto che fotografava matrimoni.
Ho cominciato a lavorare nella seconda metà degli anni Settanta, in un periodo terribile, dove c’era una crisi economica forse paragonabile a questa, quindi facevo un po’ di tutto. Di quel periodo sembra che se ne siano dimenticati tutti, ma c’era l’austerity, terribili sommovimenti sociali, morti per le strade, bombe. Erano anni ancora più cupi di questi.

E non c’era ancora il prêt-à-porter…
Non c’era e non lo si aspettava. All’epoca c’era solo l’alta moda romana e la confezione popolare di prodotti di media e bassa qualità. Alla fine degli anni Settanta, per una grande intuizione di Sergio Galeotti (il socio di Giorgio Armani, NdR) si è iniziato a utilizzare le macchine per una moda più alta e poi è nata l’idea rivoluzionaria di produrre sulla sfilata. Mi sono trovato al posto giusto, ai tempi avevo fatto sette anni di gavetta con il made in Italy che stava fiorendo nella mia città.

 Eppure ho letto che voleva fare il poeta, è vero?
A 12 anni sono stato scritturato da una compagnia di teatro sperimentale. Mia mamma (Ida Visconti di Modrone, sorella del grande regista Luchino Visconti, NdR) era molto propensa a indirizzarmi verso questa carriera. Per me è stata una grandissima esperienza dove ho conosciuto l’ambiente artistico e ho capito che lo sviluppo della mia vita sarebbe stato in quel mondo. Così a 14 anni ho pubblicato il mio primo libro di poesia intitolatoCasbah (il secondo l’ha pubblicato nel 2009, intitolato Cinquanta). Poi a 16 anni ho incontrato la fotografia grazie a una donna. Fu la mia prima ragazza, Alessandra, a insistere perché seguissi questa strada.

E da lì è partita la gavetta…
Sì, io non ho mai fatto l’assistente, né ho frequentato scuole di fotografia, sono un autodidatta puro. Ho fatto tutto da solo, i miei genitori mi hanno tagliato i fondi presto e avendo uno studio tutto mio dovevo pagarmi le bollette. In principio ho fatto qualsiasi cosa e, guardando indietro, è stata un’esperienza bellissima e formativa.

 Poi la svolta è arrivata con Flavio Lucchini e Gisella Borioli che, all’epoca, avevano appena fondato Edimoda con le testate Donna e Mondo Uomo.
Sì, ricordo di aver avuto una settimana di fuoco. Grazie alla mia agente di allora, Carla Ghiglieri, in pochi giorni sono stato preso sia da Vogue Italia che da Lucchini per Mondo Uomo. Io e Oliviero Toscani forse siamo stati gli unici fotografi che a quei tempi hanno avuto l’onore di poter lavorare per due case editrici concorrenti. Poi, dopo quattro anni, mi hanno chiesto di fare una scelta e sono andato con Lucchini.

Com’è stato lavorare col padre dell’art direction italiana?
Un’esperienza molto formativa. Flavio Lucchini è un uomo molto concentrato, a cui onori e fronzoli non interessano un granché, attento al lavoro e al prodotto. E anche sua moglie, Gisella Borioli è una grande direttrice e redattrice. Mi hanno insegnato praticamente tutto. Lavoravamo a ritmi infernali: un redazionale la mattina, uno al pomeriggio, una pubblicità di notte. Ho fatto 12 anni di full immersion e ho imparato ciò che nessuna scuola mi avrebbe mai potuto insegnare.

Com’è cambiata la moda italiana in questi anni? Lei ha visto il boom del prêt-à-porter, ma adesso Milano soffre della concorrenza di altre piazze e durante le fashion week si registra meno fermento.
In realtà, secondo me, c’è più una mancanza d’interesse per Milano che per la moda italiana. Milano è una città che per motivi politici non è mai diventata una grande capitale internazionale; c’è una scarsa ricettività alberghiera, una scarsa vita notturna, di conseguenza il fashion system  non  ha voglia d’instaurarsi qui. La moda italiana, invece, interessa ancora molto, siamo ancora leader mondiali. Adesso poi sta nascendo quest’asse interessante tra Francia e Italia, dove molte aziende vengono acquistate dai francesi.

Però questa non è necessariamente una cosa positiva…
Ma nemmeno negativa. Noi siamo sempre stati dei grandi creativi ma dei pessimi gestori. Se arriva Bernard Arnault (CEO di LVMH) che prende un’azienda e la rivitalizza dal punto di vista economico dandole grande visibilità e lasciandola italiana, che male c’è? A loro interessa che rimanga made in Italy. Io non sono nazionalista in questo senso. Acqua di Parma, ad esempio, è una società francese con cui recentemente ho fatto parte di un’operazione tutta in sostegno delle eccellenze artigianali italiane (il libro La Nobiltà del Fare edito da Electa, NdR). Secondo me questo asse Italia – Francia, così impostato, può portare solo dei buoni risultati.

Ai giovani fotografi che cosa dice? Al momento c’è molto malumore, molta concorrenza.
Dico di stare tranquilli perché chi ha qualcosa d’innovativo da proporre avrà sempre lavoro. Il problema è che molti di loro, conquistato il dominio della parte tecnica, pensano di essere “arrivati”, invece il lavoro comincia proprio da qui, quando si deve cercare la propria personalità. Ognuno di noi nasce già con una sua unicità, ma che va fatta diventare aggettivo ed estetica nelle proprie immagini. Chi riesce a proporre una novità che rivoluzioni un minimo, allora può inserirsi con successo nel mercato. 

Lei come ha vissuto il passaggio dalla fotografia analogica a quella digitale?
Meravigliosamente. Io ho lavorato per trent’anni coi banchi ottici, macchine ottocentesche, teli neri. Ho cavalcato l’analogico nel suo modo più estremo. Il digitale è la primavera della fotografia e il movimento non è mai stato così ampio e vitale. Adoro anche le foto di bassa qualità, quelle dei telefonini; sono immagini che dicono cose che l’alta risoluzione non può dire.

 A Milano c’è un posto a cui è più affezionato?
Piazza dei Mercanti. Trovo sia il posto più bello dove passare di notte, andavo già lì da ragazzino perché sono un insonne cronico. È vicina al Duomo, medievale, viscontea, meravigliosa. Poi in quelle ore si fanno spesso degli incontri strani, gente un po’ stramba, ma affascinante. Lì, col tempo, sono nate delle grandi amicizie.

Se fosse lei Sindaco cosa farebbe?
Non ne ho idea, criticare è facile, gestire è difficilissimo. Da parte mia, come presidente onorario dell’AFIP (Associazione Fotografi Italiani Professionisti), sto cercando di fare delle cose. Quel che ho capito è che la mossa vincente è l’inclusione, fare sistema. Stiamo producendo delle mostre e stiamo smuovendo un po’ questa città. Di recente abbiamo organizzato delle lezioni magistrali alla Triennale di Milano, portando grandissimi fotografi, personalità della moda e giornalisti; ci hanno concesso gli spazi gratis. Se hai un bel progetto, le istituzioni sono più propense ad aiutarti di quel che si crede. 

Mi pare di capire che lei spinge per l’iniziativa privata in campo culturale.
Io credo che lo Stato sia sostanzialmente in stallo e lo sarà per un po’ perché, prima di tutto, deve riformare se stesso. L’iniziativa privata deve sostituirsi il più possibile. Le persone cosiddette “per bene” devono rimettersi in gioco. Ricordo Kennedy che nel discorso d’investitura diceva: “Non chiedete cosa lo stato può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per lo Stato.”

La chiusura dello Spazio Forma, però, ha fatto scalpore.
Che dire, era un’operazione con problemi strutturali, fondamentalmente c’erano costi troppo alti. Senz’altro in collaborazione col pubblico si potrà trovare un’alternativa. Oggi si possono avviare tante iniziative di alto livello e gratuite. L’importante è rimanere leggeri, non si possono più avere eccessivi costi di gestione: Milano è piena di spazi inutilizzati, dal Castello Sforzesco al Museo della Scienza, cerchiamo di ottimizzare quel che già c’è!

Mi racconti un aneddoto che riguarda una delle star che ha fotografato…
Ti racconto questa che fa un po’ capire il mio metodo morbido: ho fatto un ritratto a Michael Stipe (leader dei R.E.M.) per Vanity Fair. Mi avevano avvisato che sarebbe stato un po’ difficile. Infatti entra nella stanza e mi dice: “Sei tu il fotografo? Ho solo 5 minuti”Io: “Nessun problema”. Scatto la prima foto, gliela faccio vedere e lui esclama: “Cazzo! Forse un’ora posso trovarla”. Alle nove di sera eravamo ancora lì, e sono io che a un certo punto gli ho dovuto dire: “Michael, guarda che io devo andare a casa!”.

Intervista pubblicata su Club Milano 18, gennaio – febbraio 2013. Foto di Francesco Bertola

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