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Luca Heads

È curatore di HangarBicocca, uno degli spazi espositivi più attivi per l’arte contemporanea a Milano. Di proprietà di Pirelli, oggi è un luogo più vicino alla città, grazie alla politica dei cancelli aperti e a una programmazione di qualità che attira sempre più visitatori. Di seguito un estratto della mia intervista, pubblicata su Club Milano

Gli spazi dell’Hangar sono enormi. Come vi organizzate per la programmazione mostre?
L’Hangar è uno degli spazi più grandi d’Europa, ma ci si mette cinque minuti a percorrerlo e internamente è tutto nero. Questo luogo è stato per tantissimo tempo una fabbrica, quindi caratterizzato da una scansione del tempo tipicamente fordista. I primi anni abbiamo fatto lavorare gli artisti proprio sulla percezione dello spazio e del tempo e su come l’opera d’arte potesse modificarli. Dalla mostra di Kjartansson, invece, è cambiato il filo conduttore: abbiamo suddiviso HangarBicocca in due grandi aree. La prima “lo Shed”, dedicata interamente a un artista giovane,  tutto il resto a uno “storico”, entrambi mai o poco visti in Italia, e uniti da un legame, sempre diverso. Il calendario è fissato fino alla fine del 2015.

Della mostra di Dieter e Björn Roth, che inaugura il 5 novembre (fino al 9 febbraio) che cosa ci dici?
Kjartansson è stato in un certo senso influenzato da Roth, che ha vissuto in Islanda ed è stato molto amico di suo nonno. Ovviamente c’è anche un’influenza diretta sul modo collaborativo e multidisciplinare del lavoro. La mostra sarà stupefacente, con un allestimento pieno, ubicato nella parte più alta dell’Hangar, idealmente a fianco delle “torri” di Anselm Kiefer. È una mostra totalmente aggrovigliata, come aggrovigliate sono sempre le famiglie: figlio e nipoti dell’artista hanno montato tutto e ne emerge un’emozione sconquassante da film di Lars Von Trier. C’è anche una filosofia dell’assemblaggio dei metalli e del riciclo che ricorda film come Mad Max, Waterworld, come fosse un omaggio segreto alla cultura cyberpunk. Chi ha amato la cultura dei Mutoids, eventi come il Burning Man, i grandi rave trance o anche solo chi è stato al Link o in Conchetta a Milano negli anni Novanta, rimarrà commosso.

L’Hangar ha sicuramente cambiato il quartiere Bicocca.
Inizialmente era percepito come distante, fisicamente e culturalmente: il pubblico ha dimostrato che non lo è. E lo fa venendo coi mezzi pubblici o in bicicletta. Organizziamo mostre che cercano di creare un  meccanismo di affezione verso il quartiere; non c’è biglietto, i cancelli sono aperti e le persone percepiscono tutto questo.

Qualcuno, in maniera provocatoria, sostiene che Milano non abbia bisogno di un museo d’arte contemporanea, proprio per la presenza di istituzioni private che suppliscono a questo. Tu cosa rispondi?
È un’affermazione molto pericolosa perché c’è un senso del pubblico, intendo del “patrimonio pubblico”, di ciò che è comune, che non va mai dimenticato. L’Hangar ha alle spalle un’azienda storica come Pirelli che preserva la sua cultura e che fa cultura, ma può, e deve, essere solo una delle voci della città. Il pubblico ha il dovere di testimoniare la propria storia e deve far sì che quel che accade oggi diventi il patrimonio di chi cresce. L’arte è un testimone essenziale.

La giunta di Pisapia ha cancellato il museo di Libeskind. Come l’hai presa?
In questo caso penso sia stato giusto, poiché sarebbe stato un peso morto da trascinare. Nasceva in modo problematico, nessuna visione di politica culturale e artistica alla base. Inoltre, con l’ultimo progetto, la superficie espositiva era stata ridotta a uno spazio ridicolo.

Qual è un luogo di Milano che più ti piace?
Il quartiere Isola. È stato molto speciale fino all’arrivo dei grattacieli, ora sta cambiando tutto; aveva un’anima indisciplinata e comunitaria che si rispecchiava in tre luoghi culturali, ora scomparsi e molto importanti per Milano: Garigliano, la Pergola e la Stecca. Oggi frequento volentieri O’ di via Pastrengo, un luogo vitale per la musica eclettica e per la condivisione della ricerca artistica.

A proposito di grattacieli, Philippe Daverio diceva che avrebbe preferito architetti italiani…
Sono d’accordo, sarebbe stato logico tenere il filo con un’idea di passato. Milano è tra le città più amate dai creativi di tutto il mondo per una cosa che chi abita qui non riconosce: parlo delle altezze, del colore, delle rifiniture e dei materiali, in una parola dello stile, che appartengono ai pur non “sexy” edifici milanesi. Sono caratteristiche uniche che architetti e designer stranieri sanno leggere. Vedono dettagli che non vediamo nei condomini di Caccia Dominioni, Aymonino, Moretti, certamente non archistar, ma che hanno preso alla lettera l’eredità milanese dell’ossessione per i dettagli. E ben sappiamo cosa si nasconde nei dettagli…

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